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La mortalità italiana in agricoltura a confronto con industria e terziario
Luca Bartoli, Velia Bartoli, Agostino Severo
Introduzione
Questo lavoro si propone essenzialmente di quantificare e confrontare i differenti livelli di mortalità di quanti svolgono la propria attività lavorativa nei tre settori di attività economica - distintamente per ciascuno dei due sessi - in relazione ai principali gruppi di cause di decesso.
L’analisi dell’incidenza delle diverse cause di morte, in quanto finalizzata all’individuazione delle malattie cui conseguono i rischi più gravi, può costituire un valido ausilio per identificare i bisogni di prevenzione, diagnosi e cura delle patologie e, nel contempo, per valutare la generale capacità di preservare lo stato di salute da parte della collettività. Lo studio della mortalità condotto nel modo anzidetto può inoltre permettere di evidenziare l’eventuale presenza di fenomeni patologici legati a particolari fattori ambientali, sociali o professionali, che possono seriamente compromettere la qualità della vita della comunità e delle generazioni future. Sotto un altro punto di vista, può anche dirsi che l’analisi dell’evoluzione temporale della mortalità per causa e settore economico può risultare utile per apprezzare, sia pure indirettamente, il grado di sostenibilità dello sviluppo del sistema economico-sociale della popolazione allo studio.
È anche il caso di rammentare che, se il prolungamento della durata della vita - che negli ultimi decenni notoriamente ha riguardato la generalità dei paesi sviluppati - è principalmente da attribuire alla riduzione del rischio di morte per malattie di tipo cardio-vascolare (De Simoni A. e Lipsi R. M., 2005), sono soprattutto i tumori maligni e le cause accidentali di decesso i maggiori responsabili del persistente divario di sopravvivenza tra i due sessi, quantificabile in circa sei anni di vita media complessiva a vantaggio del sesso femminile (Golini A., 1998): lo studio della mortalità secondo la causa può dunque consentire di formulare ipotesi esplicative circa detta “supermortalità” maschile, risultando l’analisi presumibilmente ancor più incisiva qualora si tenga conto dell’influenza esercitata sul fenomeno dal settore professionale di attività economica.
Metodologia
Per quel che riguarda le statistiche di base, si è fatto ricorso sistematico ai dati della rilevazione Istat dello Stato Civile in materia di decessi (ISTAT, 2009), mentre quale popolazione di riferimento si è considerata quella risultante dalle rilevazioni Istat sulle forze di lavoro degli anni 1988, 1998 e 2008 (ISTAT, 2009).
In particolare, circa le statistiche sui decessi sono state utilizzate quelle riguardanti gli “occupati”, unitamente ai disoccupati in cerca di “nuova” occupazione, distinti - oltre che per sesso ed età - nei tre settori di attività economica, nonché quelle analogamente riferite all’insieme delle condizioni non professionali e all’intera popolazione. Ancora in relazione ai decessi è da tener presente che, al fine di operare su dati statisticamente più significativi, i tre anni sopra menzionati sono stati ricavati come medie triennali dei periodi, rispettivamente, 1987-1989, 1997-1999 e 2007-2009.
L’analisi è stata svolta - separatamente per ciascuno dei due sessi - quantificando il rischio di morte mediante quozienti riferiti alle sei classi di età decennali tra 20 e 69 anni; inoltre, in relazione agli intervalli di età di ampiezza maggiore (20-49, 50-69 e 20-69) che figurano nelle tabelle presentate, si è fatto ricorso a quozienti standardizzati, ottenuti sintetizzando i tassi decennali con l’ausilio della distribuzione per età della popolazione italiana censita al 2001 (1).
Principali risultati
Passando a descrivere i principali risultati del lavoro, possono anzitutto prendersi in esame i valori della mortalità che riguarda i grandi gruppi di cause in oggetto contenuti nelle Tabelle 1 e 2, riguardanti, rispettivamente, il sesso maschile e quello femminile: basta dare uno sguardo a tali valori per constatare come la mortalità dei lavoratori agricoli risulti sistematicamente - e in misura considerevole - inferiore, per tutte le cause di morte, a quella relativa all’intera popolazione e viceversa alquanto più alta di quella dei restanti lavoratori, soprattutto in relazione al sesso femminile, mentre per quello maschile la situazione sfavorevole sembra competere solo alle epoche più recenti.
Tabella 1 - Quozienti di mortalità per causa (x 1000) e classi di età della popolazione italiana: dati per le professioni dei tre grandi settori, per la condizione non professionale e per la popolazione complessiva (MASCHI)
Fonte: elaborazioni su dati ISTAT
Tabella 2 - Quozienti di mortalità per causa (x 1000) e classi di età della popolazione italiana: dati per le professioni dei tre grandi settori, per la condizione non professionale e per la popolazione complessiva (FEMMINE)
Fonte: elaborazioni su dati ISTAT
Per quanto riguarda i soggetti in condizione non professionale è immediato evidenziare come la mortalità di tale categoria risulti nettamente superiore a quella dei restanti lavoratori, distintamente per settore di attività economica e per causa, e al complesso della popolazione; ciò soprattutto in relazione al sesso maschile, mentre per quello femminile il divario sembra assai meno evidente. Tale fenomeno può essere spigato tenendo presente che il gruppo di individui inattivi di sesso maschile è in buona misura composto da pensionati e disabili, categorie interessate ragionevolmente da un rischio di morte prematura più alto rispetto a quello degli attivi. Sembra evidente che l’effetto della selezione naturale rappresenta la principale ragione dell’alta mortalità dei soggetti in condizione non professionale: molto spesso, infatti, è inattiva quella fascia di individui che non può lavorare per motivi di salute ovvero per una qualche forma di inabilità fisica. Del resto, motivazioni di altra natura possono influire sull’alto livello di mortalità degli inattivi, come lo status socio-economico di povertà, ovvero l’inattività stessa cui talvolta consegue uno stato di salute precario, in ragione di isolamento sociale e stress psicofisico.
Se in particolare si considera la mortalità femminile, osservando i quozienti più aggregati (classe di età 20-69) della Tabella 2 e delle Figg. 2, 4 e 6, è possibile valutare in modo sintetico la penalizzazione delle lavoratrici agricole rispetto alle colleghe degli altri settori di attività economica: 0,91, 0,93 e 0,52 per 1000 sono i valori dell’indicatore di mortalità per tumore del settore primario in relazione agli anni, rispettivamente, 1988, 1998 e 2008, cui fanno riscontro quelli notevolmente più bassi del settore industriale: nell’ordine 0,78, 0,57 e 0,38. Lo svantaggio diventa ancora più evidente se si analizza la classe di età 50-59 dell’agricoltura: 2,15, 2,22 e 1,21 per 1000 sono i tassi di mortalità per tumore a cui corrispondono i valori 1,64, 1,72 e 0,95 del settore terziario. Anche nel caso delle malattie dell’apparato cardio-circolatorio si assiste a uno svantaggio delle donne occupate in agricoltura: 2,25, 1,10 e 0,57 sono i valori riscontrati nella classe di età 50-69 anni contro 0,87, 0,59 e 0,27 del settore terziario.
L’impiego femminile in agricoltura negli ultimi anni ha assunto un ruolo fondamentale nello sviluppo rurale nazionale: secondo gli ultimi censimenti, infatti, le donne rappresentano circa un terzo degli addetti, mentre le imprese agricole a conduzione femminile costituiscono circa il 40% del totale. È tuttavia da dire che tali lavoratrici sono spesso prive di copertura assicurativa regolare nonché di tutela giuridica. Esse sono inoltre di frequente coinvolte in attività a conduzione famigliare, venendo impiegate in lavori manuali che non richiedono competenze particolari. In agricoltura le donne, più spesso degli uomini, lavorano part-time e ricoprono incarichi gestionali soltanto in aziende di piccole dimensioni; inoltre le mansioni specifiche delle donne in agricoltura sono alquanto diverse da quelle maschili, così da essere spesso correlate al rischio di malattie professionali. Per contro, anche il frequente utilizzo, al pari degli uomini, di attrezzature meccaniche, comporta un aumento del rischio di infortuni.
Quanto ai lavoratori di sesso maschile, l’andamento degli indicatori di mortalità appare generalmente caratterizzato da maggiore variabilità: ciò anche in ragione degli assai elevati valori dei quozienti riguardanti il settore terziario cui spettano, fatta eccezione per l’epoca più recente, i maggiori livelli di rischio. Citando qualche cifra (Tabella 1), 1,48, 1,17 e 0,91 per 1000 i quozienti di mortalità per tumore nell’agricoltura, rispettivamente nei tre anni in questione nella classe di età più ampia, contro quelli dell’industria pari nell’ordine a 1,74, 1,05 e 0,69, e dei servizi 1,97, 1,69 e 1,03.
Nei dati delle Tabelle 1 e 2 è inoltre facile riscontrare il maggior rischio di morte dei lavoratori rispetto alle lavoratrici: ciò appare del resto del tutto logico, visto che il già citato fenomeno della “supermortalità” maschile è massimamente presente nelle età giovanili e centrali. Per quel che in particolare concerne l’oggetto del presente studio, occorre rimarcare che in ambito agricolo il fenomeno suddetto è ben presente, assumendo - in relazione a tutte le cause di morte considerate - entità non dissimili da quelle riguardanti la popolazione nel complesso.
Se, da ultimo, si fa riferimento all’andamento temporale dei quozienti, si ottiene immediata conferma della forte e generalizzata diminuzione della mortalità che, come sopra già evidenziato, ha interessato la popolazione italiana negli ultimi decenni. Prendendo in esame i numeri indici con base 1988 (Tabelle 3 e 4) e i dati della mortalità per malattie cardio-circolatorie della classe di età più ampia (20-69), con riguardo alla popolazione maschile nel suo complesso si riscontra nel 2008 una percentuale pari a 47,8, a segnalare una contrazione del rischio di morte nel ventennio 1988-2008 che supera il 50%; tuttavia, un calo ben più marcato, di quasi il 64%, riguarda i lavoratori di sesso maschile del settore terziario e soprattutto quelli dell’industria, per i quali si evidenzia una riduzione del rischio che sfiora il 70%, mentre per l’agricoltura il calo si attesta su livelli simili a quelli complessivi (51%). Infine, con riguardo alle lavoratrici, ancora facendo riferimento alle malattie cardio-circolatorie, è sempre il settore industriale a far registrare la più forte diminuzione del rischio di morte, con più del 75%, essendo comunque da rimarcare che al settore agricolo compete una contrazione appena più contenuta (73%).
Tabella 3 - Numeri indici (1988=100) dei quozienti di mortalità per causa e classi di età della popolazione italiana: dati per le professioni dei tre grandi settori, per la condizione non professionale e per la popolazione complessiva (MASCHI)
Fonte: elaborazioni su dati ISTAT
Tabella 4 - Numeri indici (1988=100) dei quozienti di mortalità per causa e classi di età della popolazione italiana: dati per le professioni dei tre grandi settori, per la condizione non professionale e per la popolazione complessiva (FEMMINE)
Fonte: elaborazioni su dati ISTAT
Figura 1 - Quozienti di mortalità per tumore (x1000) nella classe di età 29-69. Maschi
Figura 2 - Quozienti di mortalità per tumore (x1000) nella classe di età 29-69. Femmine
Figura 3 - Quozienti di mortalità per malattie cardio-circolatorie (x1000) nella classe di età 20-69. Maschi
Figura 4 - Quozienti di mortalità per malattie cardio-circolatorie (x1000) nella classe di età 20-69. Femmine
Figura 5 - Quozienti di mortalità per altre cause di decesso (x1000) nella classe di età 20-69. Maschi
Figura 6 - Quozienti di mortalità per altre cause di decesso (x1000) nella classe di età 20-69. Femmine
Conclusioni
A conclusione di queste brevi note di commento dei principali risultati ottenuti è opportuno richiamare l’attenzione sulla circostanza che, in relazione a tutte le cause di decesso considerate nello studio, si sono riscontrati livelli di rischio generalmente più alti per i lavoratori e le lavoratrici del settore agricolo rispetto agli altri settori e segnatamente rispetto a quello industriale, mentre le attività del terziario appaiono alquanto sfavorite, anche rispetto al primario, solo con riferimento al sesso maschile e, comunque, alle epoche meno recenti tra quelle esaminate.
Le cause dei suddetti andamenti - che tra l’altro confermano in linea di massima la regola generale secondo cui i ceti sociali economicamente più sfavoriti subiscono i più elevati livelli di mortalità (ISTAT, 1999 e Istat, 2001) - sono probabilmente anche da ricercare nei profondi cambiamenti che negli ultimi decenni hanno mutato il volto dell’agricoltura dei paesi sviluppati, vale a dire l’impiego massiccio e sistematico di sostanze chimiche di sintesi (fungicidi, diserbanti, insetticidi e concimi), nonché la meccanizzazione generalizzata di larga parte delle lavorazioni che nel passato erano eseguite manualmente: se tali mutamenti hanno portato con sé un fortissimo incremento della produttività del lavoro agricolo e quindi un’assai consistente riduzione del volume della manodopera, oltre che della fatica fisica, essi hanno anche comportato uno sconvolgimento nella gerarchia dei rischi, in ragione dell’esposizione diretta degli operatori agricoli agli agenti inquinanti, così come dell’accresciuta possibilità di incidenti sul lavoro. In tale contesto, è facile comprendere che - ad esempio - politiche tese a incentivare le pratiche dell’agricoltura cosiddetta “biologica”, potrebbero contribuire a contenere in misura considerevole l’esposizione a condizioni critiche come quelle cui qui sopra si è fatto cenno.
Note
(1) Ciò allo scopo di eliminare il fattore di disturbo costituito da eventuali diversità nella struttura per età dei gruppi settoriali considerati.
Riferimenti Bibliografici
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