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Politica agricola, immigrazione e mercato del lavoro in agricoltura
Corrado Ievoli, Maria Carmela Macrì
Introduzione (1)
L’occupazione nelle aree rurali è un argomento di rilevanza crescente per le Istituzioni europee. Le opportunità di lavoro incidono infatti pesantemente sulla qualità della vita e, di conseguenza, sulla capacità di attrarre popolazione nelle aree rurali. Nelle aree rurali i principali indicatori del mercato del lavoro sono generalmente peggiori rispetto a quelli delle aree urbane e anche le caratteristiche delle tipologie di impiego presenti sono meno attraenti.
In particolare nelle aree rurali tanto il tasso di occupazione che la sua dinamica nel tempo sono generalmente inferiori a quelli delle aree urbane, mentre il tasso di disoccupazione è più alto.
Sebbene il peso dell’occupazione in agricoltura rispetto al totale dell’occupazione sia poco elevato (in Italia, nel 2008, si tratta del 4% circa), l’agricoltura può giocare un ruolo rilevante nell’attivare ulteriore domanda di lavoro. Secondo diverse analisi, anche recenti, l’agricoltura può essere un potente generatore di occupazione nelle aree rurali e quindi un’importante leva dello sviluppo locale (Inps, 2007).
Alla Politica agricola comune (Pac) si riconosce esplicitamente il ruolo di sostenere l’occupazione migliorando la competitività del settore e diversificando l’offerta dei servizi. In particolare tale ruolo è stato sottolineato considerando gli effetti degli investimenti agricoli (Commissione europea, 2006, pag 6). Nell’ambito del dibattito sulla riforma della Pac l’approccio prevalente sembra dunque essere orientato alla conservazione e/o all’incremento della quantità di occupazione presente in ambito rurale, mentre poco ci si preoccupa della qualità ed equità dei rapporti di lavoro in agricoltura, tanto che un accenno alla possibilità di introdurre norme sulla sicurezza sul lavoro nella condizionalità non ha trovato poi seguito (Commissione europea, 2002). Questo approccio sebbene forse giustificabile per una serie di motivi, ad esempio la stessa storica prevalenza della componente indipendente su quella dipendente, risulta piuttosto poco coerente con l’attuale sforzo di riqualificare sia la produzione sia la qualità dei processi produttivi.
In più va osservato che la questione del lavoro agricolo si intreccia con altre grandi tematiche, a loro volta strettamente connesse, che sono quelle dell’immigrazione e del sommerso.
Immigrazione, mercato del lavoro locale e agricoltura
Secondo l’Istat gli stranieri residenti in Italia al 1° gennaio 2008 erano poco meno di tre milioni e mezzo (1.701.817 maschi e 1.730.834 femmine) ovvero circa il 6% della popolazione residente totale. Dal momento che gli stranieri tendono a stabilirsi nelle aree che presentano più opportunità lavorative, la loro distribuzione sul territorio è molto disomogenea (Istat, 2008): l’incidenza degli stranieri residenti sulla popolazione totale – escludendo dunque le presenze non regolari e quelle temporanee – è massima nel nord-est (più dell’8%), di poco inferiore nel nord ovest (7,8%) e nel Centro (7,3%) mentre nel Mezzogiorno il valore è molto basso, intorno al 2%. In particolare, quasi un quarto degli stranieri residenti è iscritto nelle anagrafi della Lombardia e il 10% nella sola provincia di Milano. Le regioni che presentano un’incidenza più elevata della media nazionale (5,8%) sono Emilia Romagna (8,6%), Umbria (8,6%), Lombardia (8,5%) e Veneto (8,4%). Al contrario, percentuali molto contenute si registrano nel meridione: in Puglia, Basilicata e Sardegna gli stranieri residenti pesano per meno del 2% sulla popolazione totale. Per quanto riguarda le dinamiche, le maggiori variazioni annuali rispetto al 2007 si registrano in Calabria e in Basilicata (+44,5% e +42,7%), mentre gli incrementi sono stati più ridotti nelle regioni storicamente molto attrattive per l’immigrazione, come la Lombardia (+11,9%) o l’Emilia-Romagna (15%).
In base alle informazioni che emergono dalla Rilevazione continua sulle forze di lavoro, l’incidenza complessiva degli stranieri sugli occupati totali è pari al 7,5%, un dato chiaramente in crescita negli ultimi anni e differente secondo il settore di attività (Tabella 1).
Tabella 1 - Occupati totali e occupati stranieri per settore di attività economica (migliaia di unità)

Fonte: Istat, Rilevazione continua sulle forze di lavoro
ello specifico la maggiore incidenza si registra per le costruzioni, seguite dall’industria in senso stretto, mentre l’agricoltura si trova solo al terzo posto. Per tutti i settori, l’incidenza degli stranieri è più elevata se si considerano solo i dipendenti, ma è particolarmente vero per l’agricoltura dove passa da 6,6 al 13%.
La presenza di immigrati stranieri, in particolare degli extracomunitari che sono la componente contrattualmente più debole, modifica le relazioni esistenti nel mercato del lavoro. Nella Figura 1 sono schematizzati i diversi attori e le diverse relazioni che identificano il mercato del lavoro agricolo e regolano l’impiego di tale fattore nel settore.
Al lato destro della figura sono collocate le aziende agricole che esprimono la domanda, ma che con parte del lavoro aziendale producono anche una parte di offerta, costituita dalla forza lavoro della famiglia che può essere veicolata sul segmento formale o informale del mercato del lavoro agricolo oltre che del mercato del lavoro relativo ad altri settori.
Dall’altro lato vi sono gli immigrati presenti sul territorio, alcuni in maniera regolare, altri in maniera non regolare o clandestina. I regolari possono lavorare in agricoltura in maniera regolare o in maniera sommersa, mentre i non regolari e i clandestini ovviamente possono lavorare solo in maniera irregolare.
Il mercato rappresenta una sorta di membrana “attiva” nell’ambito della quale altri attori “facilitano” l’occupazione di tale forza lavoro sia sul versante regolare (istituzioni pubbliche e attori privati), che irregolare, attraverso procedure di natura istituzionale e/o sviluppate autonomamente dagli operatori.
La dimensione regolare o sommersa del lavoro agricolo dipende in buona parte dalle caratteristiche del mercato del lavoro locale, sia in termini economici che socio-culturali (es.: struttura dell’occupazione per settore, importanza e funzioni delle attività sommerse, ecc.).
Figura 1 - Schema di funzionamento del mercato del lavoro agricolo

Fonte: Ievoli, Macrì (2007)
Data la forte disomogeneità dei contesti economici locali in Italia, la presenza degli immigrati nel mercato del lavoro locale finisce per avere una funzione molto diversa. Nelle aree maggiormente sviluppate, il ruolo prevalente della manodopera straniera è quello di rispondere a carenze di offerta di manodopera locale; nelle aree economicamente più fragili la presenza degli immigrati finisce per rappresentare un elemento di sostegno implicito, in termini di contenimento dei costi, per aziende che manifestano difficoltà sul piano della competitività. Ciò vale in particolare nel settore agricolo, che presenta in genere bassi margini remunerativi ed elevati tassi di impiego di lavoro non regolare.
Tale ipotesi sembrerebbe confortata da quanto emerge dall’indagine Inea sull’impiego di extracomunitari in agricoltura (Inea, 2008) che permette di evidenziare rilevanti differenze a livello regionale in termini di stabilità e di regolarità dei rapporti di lavoro. Considerando contemporaneamente l’incidenza dei rapporti stagionali e quella dei rapporti remunerati in base ai contratti di lavoro vigenti, emerge che le regioni che presentano le condizioni contrattuali meno allettanti, sono tutte regioni del sud Italia (Figura 2).
Figura 2 - Immigrati extracomunitari impiegati in agricoltura, percentuale di contratti stagionali e percentuale di contratti a tariffa non sindacale, Anno 2007

Fonte: Inea, Annuario 2008
Conclusioni
La Politica agricola comune sembra volere continuare a circoscrivere il proprio ruolo in merito alle problematiche del lavoro all’unico aspetto del mantenimento dei livelli di occupazione. Questo nonostante la consapevolezza che le attese dei consumatori e dei cittadini europei si sono estese dai temi della quantità e salubrità dei prodotti a quelli della sostenibilità ambientale e sociale dei processi produttivi.
Nel caso italiano il settore primario è sempre stato storicamente “afflitto” da un notevole ricorso al lavoro non regolare; tale “modello di impiego” della forza lavoro non si è sostanzialmente modificato negli ultimi anni, a parte il fatto che oggi coinvolge più lavoratori stranieri, che sono una componente contrattualmente più debole del mercato del lavoro, in particolare quando sono presenti sul territorio in condizioni di irregolarità.
Oltre ai fattori legati alla specializzazione produttiva - storicamente invocati come spiegazione della presenza del lavoro irregolare - la realtà italiana evidenzia che il livello e le modalità di impiego della manodopera straniera in agricoltura sono in buona misura connessi alle caratteristiche strutturali dei diversi mercati locali del lavoro, tassi di occupazione, peso dell’occupazione agricola, incidenza del sommerso.
Ne risulta un quadro variegato, dove però andrebbe correttamente considerata la concorrenza sleale praticata dalle imprese che sopravvivono grazie all’impiego di manodopera poco garantita e sottopagata a danno delle aziende la cui vitalità è connessa agli sforzi realizzati sul piano della innovazione e delle strategie imprenditoriali.
Nella fase di revisione della politica agricola si è preferito prendere in considerazione solo marginalmente questa problematica. Dopo avere scartato la possibilità di inserire le norme per la sicurezza sul lavoro tra gli adempimenti della condizionalità obbligatoria si è introdotto nel regolamento per lo sviluppo rurale il riferimento ricorrente all’opportunità di migliorare il rispetto di tali norme. L’inserimento di elementi di valutazione dell’equità dei rapporti di lavoro o, quanto meno, del rispetto delle norme sulla sicurezza del lavoro come requisito per accedere al sostegno, avrebbe invece potuto essere un elemento di forte riqualificazione del settore a favore dell’affermazione di una etica più coerente con le attuali aspettative dei cittadini europei.
Note
(1) Una versione più articolata del presente lavoro è stata presentata al 109° Seminario EAAE, Viterbo, 20-21 novembre 2008.
Riferimenti bibliografici
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